Scontri di Piazza Navona: Racconto allucinante | Musica e impegno sociale

Scontri di Piazza Navona: Racconto allucinante

Già anticipato in parte ieri nel video, il racconto di Curzio Maltese

by Angelo Primavera

Questo è un paese senza democrazia, senza giustizia. Non esistono tribunali (ed il G8 l'ha dimostrato) per processare le "divise"; non esistono tribunali (ed il Lodo Alfano, la lentezza della giustizia ecc.ecc.ecc.) per processare i "mandanti politici".

Non bisogna arrendersi. Questa volta i pacifici a mani alzate in piazza erano qualche migliaio...la prossima volta dovranno essere milioni. Dovranno unirsi operai, artigiani, commercianti e tutti gli uomini e le donne che vogliono essere liberi perché qui non si fanno scelte politiche, qui si sta prendendo il potere. Dunque la prossima volta bisogna essere milioni...Che sia la polizia a tremare, Non deve essere il popolo a temere un governo...ma il governo a temere il proprio popolo.

Vi lascio al racconto del giornalista di "La Repubblica"...diffondetelo. Tutti sappiano!

"AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".

30 ottobre 2008 - Curzio Maltese,

La Repubblica.it
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1

giacomo

2008-11-01 13:22:39

ogni giorno cerco di fare aprire gli occhi alle persone che mi stanno intorno su tutte queste cose,per fortuna non sono l'unico...dobbiamo fare qualcosa,sono in molti gli zombie della societa!!!!!!!!

2

Angelo P.

2008-11-01 15:17:47

Non sei l'unico, non sono l'unico e ti assicuro, più cerco e più scopro che siamo sempre di più, solo che ognuno di noi ha la percezione d'esser isolato. E' il grande inganno di quest'era in cui il divide et impera ha raggiundo la sua massima espressione. Sei di queste parti?

3

Giuseppe Di Maio

2008-11-03 09:30:31

O pochi o tanti che siamo perchè non cerchiamo di ritagliarci uno spazio e incontrarci di tanto in tanto per scambiare idee, opinioni, iniziative, etc.......
Purtroppo anche io ho l'impressione si essere isolato con le mie posizioni "eretiche" rispetto al pensiero o per essere più chiaro "al non pensiero" dominante.
Se non ci uniamo non riusciremo ad ottenere nulla.........

4

Angelo P.

2008-11-03 13:34:59

A propostito...mi sono sentito di recente con il Presidente...dovremmo incontrarci nei prox giorni. Cmq si, si dovrebbe concretizzare...specie queste zone un po' abbandonate a se stesse avrebbero bisogno di un qualcosa di concreto.

5

Giuseppe Di Maio

2008-11-03 14:39:15

Come è andato il dibattito sulla riforma Gelmini che si è tenuto a Guardiagrele il Venerdì 24/10? Purtroppo non ho fatto in tempo a venire, ma spero che abbia un seguito e cmq mi aggiorno costantemente sul vostro blog, a presto.

6

Angelo P.

2008-11-03 15:08:45

Il dibattito ha avuto un discreto successo. La mancata presenza di un rappresentante studentesco universitario impegnato a Roma con un'occupazione l'ha resa forse un po' ostica per i ragazzi presenti, ma è stato certamente un dibattito positivo. La televisione parla di strumentalizzazioni. Non ho dubbio che certamente il fatto che sia una proposta di centro-destra abbia reso ancor più agguerrite le sinistre, ma nel nostro confronto si è discusso di numeri e cifre, si sono letti i decreti (ora leggi) e si è parlato della riforma vera e propria, che recepisce la proposta APREA di cui questo intervento di bilancio è solo un'avanguardia. Molti sono stati i docenti che da Guardiagrele sono poi partiti alla volta di Roma per la manifestazione del 30.

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