9 maggio 1978 – 9 maggio 2008. Trent'anni, una vita.
Quando la storia d'Italia girò su se stessa, tra le BR e la mafia.
Prendo in prestito un
titolo trovato su internet, per cercare di spiegare ciò che successe quel fatidico giorno di 30 anni fa.
L’On. Aldo Moro formulò una nuova teoria politica, il progressivo incontro con il Partito Comunista, allora guidato da Enrico Berlinguer.
Ciò doveva avvenire in 3 fasi; le prime due fasi (astensione e voto
favorevole) di tale programma politico si realizzarono realmente e Moro le diresse in qualità di Presidente della DC, la terza fase,
invece, non si ebbe mai: per impedirla menti e braccia crudeli la soffocarono nel sangue dello stesso Moro, che la avrebbe dovuta guidare dal Quirinale, essendo il
candidato naturale dei partiti democratici alla successione del Presidente della Repubblica, che proprio nel 1978 vedeva scadere il proprio mandato, Giovanni Leone nell'oneroso ed
onorato compito di ricoprire la Somma Magistratura dello Stato.
Ancora oggi nella vita politica italiana c'è il ricordo di quella immane tragedia; mai la vita pubblica repubblicana fu così
duramente scossa; aleggia tuttora il fantasma di via Fani. In una calda primavera di trent'anni fa si consumò l'evento più tragico della storia della Repubblica italiana: un gruppo di
terroristi composto da brigatisti rossi, dopo averne trucidato la scorta, rapì Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e, dopo più di un mese di prigionia il 9 maggio, lo
uccise causando una ferita nel tessuto democratico del Paese che non è stata più sanata.
Aldo Moro, uomo politico, statista di arguto
spessore, uno dei padri della Costituzione, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri e presidente del partito
della Democrazia Cristiana. Il maggiore partito in Italia e in Sicilia negli anni Cinquanta-Sessanta con cui entrò in fruttuosi affari Cosa Nostra.
La stessa organizzazione criminale di stampo mafioso si offrì di “aiutare” a cercare il
nascondiglio di Aldo Moro, ma fu intercettata una telefonata ad uno dei capimafia di un suo mandante che se ne tornava in
Sicilia da Roma, il quale affermava “qui non lo vogliono trovare!”.
Peppino Impastato, giornalista palermitano e
militante nella Nuova Sinistra, giovane che si ribellava alla sua stessa famiglia affiliata alle cosche del luogo per
intraprendere ‘attività politica-culturale antimafiosa. Fondatore di Radio Aut, radio libera e autofinanziata, attraverso la quale denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi di
Cinisi e Terrasini, egli era candidato, nei giorni dell’esecuzione mafiosa, nella lista di Democrazia Proletaria in lizza per il Consiglio Comunale di Cinisi. All’indomani
dell’omicidio qualcuno, non potendo concedere che si parlasse di Cosa Nostra e prima di ricorrere all’idea del suicidio, prova invano a disegnare l’ipotesi dell’atto terroristico
anche sui binari di Cinisi. Devono trascorrere anni prima dell’ammissione della matrice mafiosa.
Dopo una prigionia di 55 giorni il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio nel cofano di una Renault 4 a Roma, in un luogo tutt’altro che casuale:
Via Caetani, vicino a Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia
Cristiana, e a via delle Botteghe Oscure sede nazionale del Partito Comunista Italiano. Compagini politiche che Aldo Moro tendeva ad affiancare nell’ambito del progetto ampio di
governo di "solidarietà nazionale".
Lo stesso giorno, il 9 maggio viene ritrovato in fondo all’Italia, a Cinisi in provincia di Palermo, il corpo lacerato di Peppino. Assassinato
nella notte tra l'8 e il 9 maggio, mentre era in svolgimento la campagna elettorale per la rielezione del consiglio comunale, a seguito dell’esplosione di una carica di tritolo posta
ad attenderlo sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi si sarebbero recati alle urne e
avrebbero votato ugualmente il suo nome, rieleggendolo. Bisognerà attendere 23 anni prima che Vito Palazzolo sia condannato a 30 anni di reclusione e 24 anni prima che una condanna
all’ergastolo, come mandante di quest’omicidio, colpisca Gaetano Badalamenti.
Così quello stesso 9 maggio 1978 avvenne il ritrovamento di entrambi i cadaveri a Roma e nel cuore di Palermo, a
Cinisi.
Tuttavia ciò che subito rimase impresso fu il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Le ragioni sono molteplici e non afferiscono solo alla diversa veste mediatica che possono assumere la morte freddante uno uomo di Stato e la
bomba dilaniante il corpo di un cittadino coraggioso. La differenza sta
nella mano, e quella delle Brigate Rosse era molto più pressante sull’opinione pubblica. Al contrario di quella
della Mafia, anche se con contorni ben definiti. Basti pensare che la
matrice mafiosa del delitto Impastato dovrà aspettare 6 anni prima di essere
ufficializzata in una sentenza firmata da Antonino Caponnetto nel
1984, sulla base delle indicazioni del consigliere istruttore del primo pool antimafia istituito presso il tribunale di Palermo, Rocco Chinnici, anche lui assassinato da Cosa Nostra nel 1983. Sarà, infatti, proprio
l’indignazione del fratello Giovanni, della madre Felicia Bartolotta Impastato e dei compagni di militanza a far sollevare la testa contro Cosa Nostra con la prima manifestazione
antimafia promossa il 9 maggio 1979 cui parteciparono 2000 persone
Dunque Brigate Rosse e Cosa Nostra le due piaghe che
hanno manifestato la loro massima diffusione nel nostro paese guidando la mano dei barbari omicidi. La strategia della tensione, avviata con i fatti di piazza Fontana nel dicembre
1969, gli anni di piombo e l’attacco al cuore dello Stato sferrato proprio in quegli anni, nel caso Moro.
La mano atroce e spietata della mafia negli anni della cosiddetta seconda guerra, quella tra le famiglie affiliate ai Bontate, ai
Badalamenti e ai Buscetta e i Corleonesi, nell'attentato mortale a Peppino Impastato. Le prime smantellate negli anni Ottanta, non senza mietere negli anni che seguirono altre
vittime, e adesso riapparse per dichiarare guerra alla globalizzazione intesa come la degenerazione della politica economico - finanziaria statunitense e per incitare alla lotta
sindacale dura contro il precariato. L’altra, la mafia, ancora infestante, con peculiarità differenti nella varie regioni del Sud Italia e con modalità operative evolutesi nel tempo e
infiltratesi nel sistema politico ed economico del paese.
Un destino amaro e arbitrariamente strappato lega,
quindi, le due personalità di Aldo Moro e Peppino Impastato segnate rispettivamente da capacità di mediazione e
lungimiranza politica e da impegno per il riscatto sociale e la ribellione all'omertà mafiosa.
Il bilancio di questi trent’anni non facilmente potrà
esimersi dal prendere atto che lo Stato ha risposto e risponde
(continuerà ancora a farlo?). Ma non basta. Ancora esiste un forte disagio sociale, ancora il benessere non riguarda tutti,
ancora i livelli di infiltrazione e corruzione sono allarmanti, ancora la mafia colpisce, domina e condiziona lo sviluppo e l’economia di
interi territori.

































Danilo (dal sito www.peppinoimpastato.com)
CINISI (PALERMO) - "Fra Terrasini e Cinisi non si era mai vista una manifestazione antimafia
così nutrita". Le parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, hanno salutato il corteo che ha ripercorso l'ultimo tragitto fatto con la sua auto dall'ex militante di Democrazia proletaria prima di essere assassinato dagli uomini di Tano Badalamenti, la notte tra l'8 e il 9 maggio di trent'anni fa. Dalla vecchia sede di 'Radio Aut', a Terrasini, le oltre seimila persone dietro lo striscione con su scritto "La mafia uccide il silenzio pure", hanno raggiunto Cinisi, dove la manifestazione si è conclusa davanti alla casa natale di Peppino Impastato, a 'cento passi' dall'abitazione del boss Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana. Un importante punto di memoria e raccordo delle diverse esperienze antimafia e di impegno civile che è stato trasformato da Giovanni Impastato, nella "Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato", intitolata anche alla madre che fino alla morte nel 2004 si è battuta per ottenere verità e giustizia. Solo nel 2002 Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come un incidente da inquirenti che avevano preso per buona la messinscena dei mafiosi: il cadavere di Impastato, esponente di Democrazia proletaria, era stato abbandonato sui binari nei pressi della stazione di Cinisi, come se fosse morto durante un attentato dinamitardo che stava preparando. Fra la folla anche l'ex leader di Dp, Mario Capanna, un gruppo in rappresentanza del comitato "No Dal Molin" e uno di quello "No Tav". Luisa Impastato, nipote di Peppino, ha distribuito quattromila fiori, gerbere donate al forum sociale antimafia, da un'associazione pugliese. Presente anche Francesco Caruso, espressione dei movimenti no global. E poi i vecchi compagni di Peppino e tanti giovani del movimento antimafia rinato negli ultimi mesi a Palermo. Nel corteo, che all'ingresso a Cinisi ha intonato "Bella ciao", tante bandiere rosse. Ma lungo la strada dei "cento passi" la maggior parte delle finestre sono rimaste ancora una volta chiuse e pochissime persone si sono affacciate. "Cinisi ha fatto una scelta antimafia chiara, non è più dalla parte di Tano Badalamenti, ma si riconosce in Peppino Impastato", ha detto il sindaco Salvatore Palazzolo annunciando che "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a fine giugno a Peppino Impastato".
Angelo P.
“Questo è il tempo della partecipazione e dell’impegno; questo è il tempo dei grandi problemi, delle intemperie e, quindi, il tempo favorevole perché sgorghi la partecipazione. Che gusto c’è ad impegnarsi quando va tutto bene? Forse non è neanche necessario. E poi, la storia ci ha insegnato che l’uomo ha costruito le cose migliori quando è uscito da tempi difficili”...non so perchè, ma questa notizia mi ha riportato alla mente l'ottimismo lasciatomi da queste parole di Giuseppe Lumia. Qualcosa nell'aria cambia, anche se all'apparenza gli alberi sembrano immobili, una leggera brezza che muove "in direzione ostinata e contraria" si avverte. Sta al nostro impegno adoperarci affinchè diventi tempesta e travolga le ingiustizie di questo sistema.